Arte

Castello Belmonte Calabro

Nei paesi del Sud Tirreno Cosentino possiamo apprezzare testimonianze dell’arte bizantina e normanna.

Il Castello di Amantea , situato sulla sommità dello sperone roccioso che domina l’abitato, è stato edificato verso la fine del secolo XIII, più volte restaurato e ampliato. Presentava un impianto a base quadrilatera, con due lati a picco sui dirupi e gli altri due circondati da un fossato, il cui attraversamento era reso possibile da un ponte in muratura. Dell’antica struttura rimangono solo alcuni resti: un rudere di torre cilindrica, la cui costruzione può farsi risalire ad epoca sveva, un tratto di cortina e un pezzo di bastione. Possiede quattro torri angolari di cui la più antica è quella circolare a base scarpata. Le prime opere difensive risalgono al periodo arabo.

E’ interessante visitare il Castello Svevo di Belmonte, costruito nel 1207, dimora delle famiglie feudali che si sono succedute nel tempo. Tra le mura del Castello visse nel XVI secolo il poeta petrarchista Galeazzo di Tarsia, che a Belmonte compose le sue rime, quasi tutte dedicate alla sua amata, prematuramente scomparsa,e più volte ricordata nelle sue opere nonché alle amenità dei luoghi che ancora oggi sono facilmente riscontrabili ed offrono al visitatore attento intense e incancellabili emozioni.

Il Castello di Cleto ha un’origine antica, le due sponde del Savuto e del Torbido cosentino segnarono e segnano tuttora i suoi confini naturali. I normanni costruirono l’abitato lungo le pendici del monte Sant’Angelo alla cui cima edificarono un castello che domina la valle fino al mare.

Del castello colpiscono due torri maestose cilindriche: la prima destinata alla difesa, sorvegliava a sinistra il ponte levatoio; la seconda divisa in due era destinata alla difesa, la parte superiore, mentre la parte inferiore ad abitazione del barone. Negli anni quaranta è stata rinvenuta, sigillata e murata nella torre, una pergamena in cui si narrava la vita del castello e la potestà incontrollata del Barone.

Fervente ed attiva era la vita nel castello; la baronessa controllava la filatura e la tessitura del lino e del baco da seta che si sviluppava abbondantemente nei sotterranei del castello per l’abbondanza di “pampini di gelso” crescenti lungo le rive del Torbido. Nei casi di calamità naturali o malattie gli infermi venivano portati al castello e qui curati sotto il controllo della baronessa.

La vita nel castello trascorreva interrotta, qualche volta, dalla presenza dei musulmani che infestavano le zone ove sbarcavano, i contadini lasciavano le loro case e fuggivano verso il castello riempiendo la valle delle loro grida: “A l’erta! a l’erta! sonati le campani, ca i Turchi su calati a ra marina”.

 

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